Trigger points: come intervenire con la fisioterapia

Cosa sono i Trigger Points

“Un focolaio di iper irritabilità in un tessuto che, quando compresso, è doloroso localmente e se sufficientemente ipersensibile riferisce dolore altrove”.

 

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Questa è la definizione che la Dott.ssa Travell da ai Trigger Points, sua grande scoperta intorno agli anni ’30, che la portò a scrivere, insieme al suo socio-marito Dott.Simons il libro “Myofascial pain and dysfunction- The Trigger Point Manual”, considerato tuttora la bibbia dai “triggeristi” di tutto il mondo.

I Trigger Points sono punti dolorosi che si trovano in diversi tessuti del corpo, più spesso a livello muscolare, che danno dolore, spesso irradiato, che può essere facilmente confuso con altre patologie o sindromi.  A volte i Trigger Points possono riferire anche fenomeni autonomici, distorsione della propriocezione e perdita di forza.

Esistono vari tipi di Trigger Points a seconda del tessuto nel quale si sviluppano:

  1. miofasciali,
  2. fasciali,
  3. legamentosi,
  4. periostei.

Ci sono varie tecniche utilizzate in fisioterapia, per valutare il Trigger Point da trattare, senza dover cercare “a caso” tra i tessuti. Innanzitutto si effettua una attenta anamnesi per cercare di capire se il dolore è di tipo miofasciale oppure infiammatorio, poi si passa all’esame fisico e palpatorio. Dopo aver accuratamente effettuato questi passaggi si passa al trattamento vero e proprio, effettuato attraverso tecniche specifiche, con e senza l’utilizzo di attrezzi o macchinari.

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Tecniche utilizzate

Ognuna ha i suoi lati positivi e negativi, ma starà alla bravura del fisioterapista proporre quella maggiormente efficace e adatta al paziente.

Stretch and Spray technique: che consiste nel eseguire uno stretch passivo del muscolo applicando al contempo un gel freddo o ghiaccio secco. Seguito poi da un impacco caldo-umido. Questa tecnica è valida. Ma di complessa realizzazione se non si hanno in studio ghiaccio e bacinella con acqua calda.

Compressione ischemica: che consiste nell’ applicare una ferma digito pressione sul punto trigger in questione, in modo tale da creare una zona di ischemia momentanea seguita da una rapida reazione di iperemia. Questa è la tecnica maggiormente utilizzata, per la facilità di esecuzione, senza l’aiuto di alcun macchinario o attrezzo esterno, ma anche la più dolorosa per il paziente. Solitamente in pazienti anziani o con una bassa soglia del dolore è meglio utilizzare altre tecniche di disattivazione.

Punture di dry needling o iniezioni di anestetico locale o soluzione salina: per questa tecnica il livello di precisione deve essere massimo e dovete conoscere molto bene la vostra anatomia e avere un’ottima conoscenza dei Trigger Points. Inoltre ancora in Italia questa tecnica non è permessa ai fisioterapisti, ma solo a medici, poiché è vietato dalla legge eseguire iniezioni da parte di fisioterapisti.

Diatermia (Tecarterapia): grazie al calore endogeno sviluppato dalla Tecar è possibile disattivare i Trigger avendo però cura di impostare la giusta geometria tra piastra e manipolo. Solitamente viene utilizzata la modalità capacitiva.

Laser ad alta potenza: il laser, grazie al suo effetto, è indicato per disattivare trigger, specialmente quelli più superficiali. La potenza sarà regolata in base alla profondità e localizzazione del trigger.

Una volta disattivato il Trigger Point si va  a rivalutare il dolore o la limitazione per controllare l’effettivo beneficio prodotto. Se il dolore o la limitazione sono migliorati si avrà la conferma di aver trattato il punto corretto, in base alla valutazione effettuata prima del trattamento.

- Fisioterapista -

Eugenio Mazini

 

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